22

Set

2008

Grandine : analisi e difesa PDF Stampa E-mail

La Pianura Padana, specialmente a ridosso delle Alpi, è in Europa una delle zone più soggette a questo evento atmosferico, seguita dalla zona di Manosque in Francia e da quella della Stiria in Austria…..

….forse vale quindi la pena di conoscere un po’ più da vicino questo fenomeno che talvolta specie nei mesi estivi rende purtroppo le nostra aziende agricole (e non solo) protagoniste.

 

Storia di un chicco…………..da mezzo kilo!

Le grandinate più violente sono generalmente il prodotto di quelli che vengono comunemente definiti “temporali di calore”, i quali, fortunatamente, hanno un’estensione solitamente molto limitata; essi derivano da un cumulo di nube che, di norma nelle ore più calde dell’arco diurno e in condizioni particolarmente favorevoli di temperatura, di pressione e umidità, si trasforma rapidamente in cumulonembo, nube notoriamente grandinigena. Scansione radar ARPAV - Centro Meteorologico di Teolo (PD) del 28 agosto 2003 . La supercella P è stata la responsabile della devastante grandinata su Padova. Fonte: fenomenitemporaleschi.it Ma come si origina sostanzialmente la grandine? Cerchiamo di spiegarlo in modo semplice e breve….Elemento di base è un cumulonembo (o comunque una nube a grande sviluppo verticale.) all’interno del quale si trovano sempre goccioline o microcristalli di ghiaccio (solitamente dipende dalla temperatura…come regola generale potremmo dire che sostanzialmente dove si trova la -20, solitamente oltre i 6000mt, prevalgono i cristalli di ghiaccio):

Cristalliqueste goccioline o questi microcristalli quando si vengono a creare determinate condizioni vengono spinte verso la sommità della nube da correnti ascensionali (celle convettive) ingrossandosi a causa degli scontri con altre goccioline fino al punto di precipitare a causa del loro stesso ingrossamento sotto forma di gocce più grosse o chicchi di grandine (se a ingrossarsi per coalescenza sono stati i cristalli di ghiaccio). Un esempio di grosso chicco frutto di diverse agglomerazioni Tuttavia attorno ai 6000-7000mt può capitare (e di fatto solitamente è cosi) che le correnti ascensionali prevalgano a tal punto da arrestare la caduta e da reinnescare il processo appena descritto, anche più volte di seguito (ecco perché i chicchi di grandine sono costituiti da più strati concentrici….tale è il frutto del ripetersi del processo per “N” volte!): la conseguenza è che alla fine cadranno al suolo gocciolone di pioggia o grossi chicchi di grandine. Uno degli elementi essenziali per la grandinate è quindi la presenza di forti celle convettive: se mancano quelle il cristalli di ghiaccio non potranno risalire per ingrossarsi a sufficienza. Se poi il temporale è generato non da più cellule (struttura multicellulare, come è la norma) ma da una sola grande cellula (supercellula) allora i risultati possono essere disastrosi!

Chicchi caduti a Padova durante una grandinata estiva nel 2003

 

Statisticamente sembra che le grandinate violente siano precedute quasi sempre da totale calma di vento (fenomeno che poi spesso compare invece aumentandone la potenziale dannosità);

Chicchi caduti a Padova durante una grandinata estiva nel 2003inoltre altro dato interessante è che i temporali originati da nubi con base calda producono grandine con minor frequenza rispetto a quelli con base fredda, ma le grandinate più violente sono prodotte proprio dai primi. Aggiungo che , a memoria, le grandinate maggiori nelle mie zone e negli ultimi anni mi sembrano sia avvenute quasi sempre nel mese di Agosto….

I granuli di grandine possono presentarsi in forme e dimensioni varie: solitamente assumono una struttura rotonda o sferoidale e dimensioni comprese tra la grossezza di un pisello e quella di un’arancia, ma in casi eccezionali e fortunatamente molto rari, possono superare il mezzo chilogrammo di peso, come accadde la notte tra il 3 e il 4 agosto 2002 nel basso Garda.La storica grandinata dell'Agosto 2002 sul Garda (Bardolino e comuni limitrofi) Quella dell’agosto 2002 è stata, relativamente al territorio italiano, la grandinata più devastante degli ultimi trent’anni; i chicchi avevano dimensioni medie di 10cm, e alcuni raggiungevano un peso di 500 grammi (e secondo alcune fonti ne sono stati rinvenuti alcuni oltre i sette ettogrammi di peso, anche se in realtà non esistono fonti ufficiali e pertanto si tende a tenere come dato ufficiale del record quello dei 500gr) , tanto che i giornali hanno parlato di “un vero e proprio bombardamento; inoltre, la grandinata è stata accompagnata da raffiche di vento oltre i 100 km/h, che hanno accentuato la potenza di percussione dei chicchi. Gran parte delle persone che sono state colpite hanno riportato trauma cranico ed evidenti lividi, le costruzioni non in cemento hanno subito danni enormi e le coltivazioni sono state rase al suolo. Per la produzione vitivinicola del luogo, un settore particolarmente noto nell’economia veneta, si è trattato di una vera e propria catastrofe. Le perdite subite nel territorio veneto furono stimate dalla Confederazione Italiana Agricoltori attorno ai 300 milioni di euro, e in un secondo tempo ci si accorse che, a causa dei danni subiti in modo permanente dalle strutture e da alcune piante da frutto, la cifra era addirittura superiore; furono distrutti vigneti di alto pregio, oliveti, frutteti di varia tipologia, campi di ortaggi e verdure, coltivazioni di mais, foraggio, colture floricole, moltissime serre e altre strutture quali le stesse reti antigrandine.

Fortunatamente eventi come quello appena citato sono tuttora da considerarsi eccezionali e, inoltre, le grandinate raramente superano i cinquemila ettari, coprendo normalmente un’estensione che va dai 1000 ai 5000 ha; tuttavia grandinate come quella che si abbatté nel 2002 su Lazise, Bardolino e altri comuni limitrofi, hanno ripercussioni non solo sul raccolto dell’anno in essere, ma anche su quelli futuri.

Come difendersi ? Prevenire è meglio che curare?

Per difendersi dalla grandine ci si può orientare su due tipi di azioni: le azioni difensive, quali la copertura assicurativa (“difesa passiva”) o le reti antigrandine (“difesa attiva diretta”), e le azioni offensive (mirate a prevenire il fenomeno agendo sulle condizioni atmosferiche stesse); effettuando un’analisi dalla metà del secolo scorso in avanti possiamo affermare che in una prima fase ci si è orientati su azioni di tipo offensivo, non certo in quanto le reti antigrandine non fossero conosciute, si consideri che già ai tempi dei Romani per proteggere vivai e orti erano diffusi i “graticci”, stuoie intessute di canne, ramoscelli o giunchi e ricoperte di stoppie che venivano disposte ad altezza d’uomo e proteggevano dalla grandine ma anche dalle brinate e dalla calura estiva, ma piuttosto in quanto presentavano un costo proibitivo per le aziende di dimensioni medio-piccole, categoria prevalente sul territorio italiano, e lo stesso dicasi per le polizze, poco diversificate e alquanto onerose. In effetti, la diffusione del contratto assicurativo nel 1966 risultava molto limitata; ad esempio, nel settore frutticolo si calcola che il valore dei capitali assicurati si aggirasse attorno al 2% della produzione lorda vendibile, questo perché in tale settore il costo delle polizze è sempre stato fra i più elevati a causa dell’alto valore unitario della produzione stessa, della lunga durata dell’esposizione al rischio e del forte deprezzamento conseguente anche a grandinate di non elevata intensità. Si comprende così come la maggior parte dei frutticoltori preferisse accollarsi direttamente il rischio, piuttosto che sopportare un onere equivalente alla perdita integrale del prodotto ogni 4 o 5 anni, essendo il costo della polizza compreso normalmente tra il 14 e il 20%, fino ad arrivare per alcuni prodotti al 30%. All’origine dell’elevato costo delle polizze vi era soprattutto la mancanza di dati statistici in base ai quali costruire contratti assicurativi ad hoc per le varie zone a rischio. Nonostante quindi la frequenza delle grandinate e la consistenza dei danni recati alle aziende, soltanto una modestissima parte dei raccolti veniva coperta da assicurazione a ragione dell’entità dei premi, ed è a tale proposito interessante rilevare che gli incassi dei premi stessi relativi all’annata agraria 1965-66 hanno interessato per il 76% l’Italia Settentrionale, per il 17% L’Italia Centrale e soltanto per il 7% il Meridione e le Isole, questo evidentemente anche in relazione alla maggior frequenza degli eventi grandinigeni nel Nord Italia. Sempre in tale periodo, la coltura maggiormente assicurata risultava essere il riso con il 37% rispetto al totale, cui seguiva il grano con il 10% mentre la frutta soltanto l’1,5%, probabilmente a causa del suo alto valore unitario. Tutto ciò spiega come mai negli anni ’60 gli imprenditori agricoli preferivano diventare “assicuratori di se stessi”, accantonando annualmente quote di risparmio per sopperire agli eventi calamitosi; ma oggigiorno non è pensabile che possa attuarsi su larga scala questa forma di “auto-assicurazione”, poiché gli eventuali risparmi che l’agricoltore può talvolta effettuare vengono necessariamente investiti in opere di miglioramento fondiario ed in mezzi tecnici produttivi, per la necessità di adeguarsi celermente al continuo mutamento delle condizioni in cui viene ad estrinsecarsi l’esercizio della pratica agricola.

Combattere la grandine…con i razzi???

Dalle considerazioni appena effettuate si deduce perché l’imprenditore agricolo già negli anni ’40 era poco propenso alle azioni difensive mentre nutriva molta speranza in quelle offensive; di conseguenza presero avvio diversi esperimenti orientati a limitare o eliminare il problema della grandine.

Razzi antigrandine: sono davvero efficaci?Alla fine degli anni ’40 si diffuse in Italia la notizia che nella vicina Francia consorzi di agricoltori e tecnici stavano ottenendo ottimi risultati nella lotta contro la grandine, mediante l’ausilio di razzi esplosivi; fu così che nel ’49 si decise di organizzare in Italia, e in particolare nel veronese, un primo esperimento di difesa antigrandine per mezzo di razzi esplosivi, finanziato dal Ministero dell’Agricoltura. L’esperimento venne effettuato nella zona del lago di Garda che, per le sue particolari caratteristiche oro-idrografiche e meteorologiche risulta frequentemente colpita da grandinate; la superficie oggetto dell’esperimento si aggirò quell’anno sui trentamila ettari circa e i risultati apparvero positivi. La conseguenza fu che il sistema sperimentato dilagò rapidamente nel Settentrione, per poi essere adottato col tempo anche al Centro e al Sud; nel 1949 i primi razzi di costruzione francese vennero usati in Italia e subito ne iniziarono la costruzione la SIPE e la Italrazzi, azienda quest’ultima con sede a Sommacampagna di Verona. In Italia vi fu un grande sviluppo nella produzione di questo tipo di razzi, tanto che secondo alcuni alla fine degli anni ’50 il nostro paese si collocava al primo posto tra i produttori mondiali e i razzi venivano esportati in buona quantità persino nell’U.R.S.S. Sempre alla fine degli anni ’50 un numero congruo di ricercatori sosteneva la validità del sistema, cosa confermata anche attraverso le ripetute affermazioni degli agricoltori, i quali provvedevano quasi esclusivamente con i loro mezzi alla attuazione del sistema difensivo; tuttavia, mancavano dati statistici e scientifici, perciò si pose in primo piano la necessità di un processo di sperimentazione scientifica del sistema antigrandine. In particolare, diversi esperimenti di tale tipo, frutto della collaborazione di un gruppo di ricerca sito a Verona con il “Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare” oltre che con “l’Ufficio Tecnico Antigrandine del Ministero dell’Agricoltura e Foreste” e con “l’Unione Nazionale Antigrandine” che mise a disposizione l’osservatorio di Sommacampagna (il luogo di sperimentazione collocato tra i Comuni di Sommacampagna e Custoza di Sommacampagna era evidente anche qualche anno fa….io stesso mi sono recato più volte spinto dalla curiosità sul posto) , furono condotti in Italia nel biennio 1961-62, anche se difficoltà organizzative, quali la consegna tardiva dei razzi e dei mezzi necessari alla sperimentazione, non permisero di condurre la ricerca con la massima efficienza. Nonostante ciò, il gruppo di ricerca a Verona conseguì risultati importanti per quanto riguarda l’analisi delle nubi grandinigene e il processo di formazione della grandine stessa; inoltre, è stata confermata l’importanza del radar e dei radiosondaggi come strumenti di previsione dei fenomeni, anche se nel breve periodo. Soddisfacenti sono stati anche i risultati ottenuti per quanto riguarda lo studio e la classificazione dei chicchi, cosa avvenuta soprattutto nelle postazioni sperimentali di Sommacampagna, Custoza, Lazise, Pescantina e Sona.

Senza soffermarci ulteriormente sul perchè si arrivò all'utilizzo di tali mezzi (semmai ci torneremo in futuro con un articolo ad hoc), potremmo concludere sottolineando come resta il fatto che , sebbene non si possa affermare che questi esperimenti siano riusciti a dimostrare l’efficacia dei razzi esplodenti, ebbero comunque il merito di far emergere l’opinione che le grandinate possono essere previste con gli strumenti che la meteorologia possiede, ed è importante che ciò avvenga con sempre maggior anticipo e affidabilità: in sostanza, non si tratta di raccomandare questo o quel metodo di difesa, ma di istituire un servizio da cui ognuno possa trarre le indicazioni che riterrà più utili.

Sempre negli anni ’60, agli esperimenti basati sull’utilizzo di razzi esplodenti si affiancarono quelli con sostanze enucleanti, in particolare nella provincia di Asti, ma anch’ essi non portarono a una soluzione concreta del problema grandine.

In conclusione, si può affermare che nonostante, non solo in Italia, ma anche a livello europeo ed extra-europeo, siano stati raggiunti risultati che da molti ricercatori sono stati definiti soddisfacenti, gli oneri elevati, sia in termini monetari sia in termini sociali, la percezione che le grandinate in quanto fenomeno locale sono difficilmente prevedibili, in modo particolare per quanto riguarda l’intensità e la dimensione dei chicchi, e soprattutto il fatto che col tempo non si sia raggiunto un giudizio unanime sulla validità o meno di tali mezzi, hanno fatto sì che in tempi più recenti ci si sia avvicinati maggiormente alle azioni di tipo difensivo. Probabilmente, come ribadiva nel 2004 il Presidente del Consorzio di Difesa Veneto, “l’unica effettiva difesa a tutela del reddito aziendale e delle cooperative sono le reti antigrandine”…

Reti antigrandine: l'unica vera alternativa alle polizze?

 

 

Dr. Francesco Costa