28

Giu

2008

La modifica artificiale del tempo PDF Stampa E-mail

L’idea di agire sui fenomeni atmosferici, al fine di condizionarli a proprio favore, non è certamente una novità, sebbene l’obiettivo che da sempre si cerca di perseguire non è tanto quello di andare ad influire su larga scala, cercando ad esempio di evitare il verificarsi di un periodo siccitoso o di piogge torrenziali, quanto piuttosto di favorire o ostacolare determinati fenomeni locali. In particolare, i progetti di ricerca, che sono stati posti in essere in passato, si sono indirizzati da un lato sul cercare di capire se è possibile far aumentare la quantità di precipitazioni, dall’altro sul trovare un sistema in grado di impedire il verificarsi di fenomeni grandinigeni : in questo contesto cercheremo di focalizzare l'attenzione su questi ultimi.....

L’idea di combattere la grandine impedendole di formarsi mediante la enucleazione artificiale dell’area temporalesca, è derivata direttamente dagli studi fatti e dai sistemi provati per la modifica delle nubi posta in essere con lo scopo di incrementare gli apporti precipitativi; il primo agente artificiale è stato il ghiaccio secco e, dopo aver testato numerose sostanze chimiche, si è arrivati allo ioduro d’argento. Dalla lettura di alcune relazioni in particolare del periodo ’58-’62, emerge una chiara fiducia su tali esperimenti, tanto che, più di una volta, si è arrivati a sostenerne l’esito positivo; tuttavia, se si considera il quadro complessivo, con un’indagine ad ampio raggio che prenda in esame i tentativi condotti per circa un ventennio negli Stati Uniti, Canada, Svizzera, Francia ed ex-U.r.s.s, naturalmente oltre che in Italia, emerge che l’efficacia di tali tecniche in realtà è stata tutt’altro che dimostrata in maniera inconfutabile. Soprattutto, anche tra i sostenitori di tali tecniche, non è emerso un chiaro e condivisibile parere favorevole per quanto riguarda il rapporto costo-benefici. Per questo esse sono state abbandonate, come del resto tutti quei tentativi mirati a diffondere nell’atmosfera ioduro d’argento, sia parecchie ore prima del temporale, e questo è il caso dei bruciatori da terra, sia pochi istanti prima del fenomeno, e questo è invece il caso dei palloni sonda. Quella delle inseminazioni non è stata, comunque, l’unica strada percorsa, anzi si è cercato di trovare una soluzione al problema grandine ricorrendo a diversi metodi tra cui quelli che ebbero una maggior diffusione e che nutrirono più speranze furono i razzi esplodenti a bassa quota e i cannoni antigrandine.

Per quanto riguarda questi ultimi è necessario specificare che con il concetto di "cannoni antigrandine" si tende a far riferimento sia a quelli che sparano in quota miscele a base di ioduro d'argento o simili (una sorta di inseminatori atti a favorire fenomeni di condensazione diffusa) sia ai cannoni detonanti; tuttavia nella pratica col concetto di "cannoni antigrandine" si tende sempre più a identificare questi ultimi. Sostanzialmente si tratta di cannoni ad onda d’urto formati solitamente da enormi tubi metallici ad altezza variabile è che può superare i 10mt che, emettendo appunto onde d’urto a frequenze costanti, impedirebbero il verificarsi di fenomeni grandinigeni; questo perché le onde emesse da un emettitore a scoppi mediante l’utilizzo di una miscela formata da acetilene e ossigeno perfettamente miscelati, propagandosi da terra verso l’alto, fino a qualche centinaio di metri, dovrebbero alterare i meccanismi di formazione e di caduta dei chicchi influenzando la dinamica e\o provocando effetti di cavitazione (vedi dopo). Nella figura si può notare la forma a "imbuto" utilizzata con il fine di amplificare lo scoppio. Il loro utilizzo non ha dato però risultati significativi, anzi studi scientifici hanno dimostrato “l’assoluta inutilità”, come ricordato sia da un gruppo di lavoro dell’Emilia Romagna nel 1981 sia da studi svolti da istituiti di ricerca siti in Francia: questo perchè le distanze cannoni-nubi sarebbero eccessive per permettere risultati significativi, ad esempio se l'onda a 40mt da un cannone è pari a 3-4millibar a 4000mt è già inferiore a 0,033millibar (pensate quindi alle quote di formazione della grandine....*vedi art. sulla grandine). Senza dimenticare poi che essi provocano un forte inquinamento acustico e che hanno un costo di circa 20.000€ cad. Nonostante questo però un numero considerevole di imprenditori agricoli continua a ricorrere al loro ausilio, nella speranza di evitare fenomeni grandinigeni: io stesso nei giorni scorsi ho notato l'installazione di cannoni detonanti nelle campagne limitrofe a Guidizzolo (Mn), zona tra l'altro già colpita negli ultimi anni da fenomeni temporaleschi molto violenti.

Moltissimi furono poi i tentativi fatti con i cosiddetti “razzi esplodenti a bassa quota”, razzi cioè che esplodono contro i chicchi in caduta fino a un massimo di circa due chilometri in quota: l’idea di fondo sarebbe quella secondo cui le onde d’urto, provocate dall’esplosione dei razzi, dovrebbero determinare uno sfaldamento dei chicchi prima del loro impatto sulle colture. In effetti Vittori, al Congresso Internazionale di Fisica delle nubi, tenutosi a Verona nel 1960, sostené che l’effetto dei razzi esplodenti era quello di produrre una cavitazione nei chicchi: è questa appunto la Teoria della cavitazione, che consiste nel fenomeno della formazione e successiva distruzione di bollicine di gas o di vapore, di dimensione sia microscopiche sia visibili, all’interno di un liquido, quando esso è soggetto ad onde d’urto ad alta energia e intensità.

La conseguenza è che se si è in prossimità delle pareti contenenti il liquido ciò crea su di esse sollecitazioni tanto forti da provocarne la distruzione. Secondo questa teoria quindi, per i chicchi in caduta libera la cavitazione si può realizzare quando essi intrappolano al loro interno sacche di acqua allo stato liquido, che pertanto vengono distrutte determinando lo sfaldamento dei chicchi. Tuttavia, lo stesso Vittori dimostrò mediante una serie di calcoli che un chilogrammo di tritolo produce una cavitazione che in condizioni ottimali non va oltre i centocinquanta metri e, più recentemente, ricercatori russi hanno stimato che, affinché tale mezzo di difesa produca una riduzione sensibile del danno da grandine, durante un temporale sarebbe necessario il lancio di almeno 100.000 razzi.Ora, indipendentemente dalla stima precisa della quantità di razzi e di esplosivo che sarebbe necessario impiegare ogni qualvolta che una grandinata è possibile, è evidente che i costi, che sono solo uno dei problemi che ne derivano, sarebbero enormi e il metodo, anche se non privo di un fondamento di validità, è quindi chiaramente privo di una efficacia pratica.

A conclusione delle brevi osservazioni svolte, si può constatare come razzi e cannoni antigrandine appaiono oggi una strada non praticabile, soprattutto dal lato della convenienza economica. Sicuramente, invece, sembra più ragionevole mirare alla possibilità di prevedere con precisione determinati fenomeni violenti, quali grandinate o forti temporali, con qualche giorno di anticipo, in quanto ciò potrebbe consentire, ad esempio, di valutare la convenienza di anticipare in parte il raccolto..... in fondo, a mio avviso, una buona previsione è una forma di assicurazione. Allo stato attuale, in ogni caso, essendo ancora lontana la possibilità di poter prevedere con ragionevole certezza fenomeni graninigeni oltre una manciata di ore, i migliori strumenti a disposizione degli imprenditori agricoli per proteggersi dal clima restano da un lato le strutture tecniche quali ad esempio le reti antigrandine, dall’altro gli strumenti assicurativi.

Francesco Costa